
Mentre i lapilli e le ceneri del Vesuvio sommergevano Pompei, a Roma si avviavano alla conclusione i lavori per la costruzione del Colosseo. Prende spunto da questa coincidenza l’idea di allestire sotto le arcate dell’anfiteatro una mostra che ripercorre quattro secoli di rapporti tra l’Urbs e la città campana (Pompei 79 d.C. Una storia romana, fino al 9 maggio 2021). Una mostra di grande rigore scientifico (nella sua ideazione ha avuto un ruolo di primo piano l’archeologo Mario Torelli, recentemente scomparso), da cui il visitatore può apprendere molto: innanzitutto che Pompei non è semplicemente la “città romana” sepolta dal Vesuvio, ma un centro dalla storia lunga e complessa, con una forte identità locale (testimoniata dall’uso della lingua osca) e con un’interazione non sempre pacifica con Roma, che vide anche momenti di aperto scontro, come durante la Guerra Sociale, in cui Pompei fu assediata e conquistata dai Romani (89 a.C.). Emergono bene, dal percorso espositivo, le somiglianze tra le pratiche sociali e le manifestazioni artistiche nel piccolo centro campano e nella grande capitale, che naturalmente esercitò una notevole influenza su tanti aspetti della vita nelle città vesuviane. E altrettanto bene emergono le differenze: in provincia il lusso (luxuria) ha modo di esprimersi con maggiore libertà anche a livello privato (si vedano edifici-simbolo come la Villa dei Misteri e la Casa del Fauno), mentre a Roma il lusso è approvato solo se destinato alla dimensione pubblica (magnificentia); a Pompei scarseggia (e trionfa invece nella Roma imperiale) la decorazione degli interni con marmi colorati, ai quali si preferiscono i più economici affreschi.
Lo spettatore ha dunque la possibilità, come si diceva, di apprendere molte cose, ma può anche ‘rifarsi gli occhi’, perché i reperti esposti sono davvero splendidi: sia quelli provenienti da Pompei e dal Museo Archeologico di Napoli (dai frammenti di un fregio fittile con scattanti cavalieri, degli inizi del III sec. a.C., posti in apertura, al noto mosaico con fauna marina, dalla Casa del Fauno, alla parete in stucco policromo, rinvenuta nella Casa di Meleagro), che quelli che illustrano la scena romana (dal marmoreo ritratto di Augusto delle Terme di Diocleziano, ritrovato in una villa in zona Lunghezzina II, ai marmi policromi della cosiddetta Domus del Gianicolo).
Chiude il percorso espositivo la rievocazione della tragica fine di Pompei. Una conclusione che solleva qualche problema. Innanzitutto perché trattasi di una calamità naturale che nulla aggiunge a un racconto sui rapporti tra Pompei e Roma, e d’altra parte è chiaro che è difficile sottrarsi all’‘obbligo’ di mettere in scena un passaggio tragico e spettacolare che i visitatori si aspettano di vedere illustrato in qualunque rassegna sulla città campana. Vi è poi un problema legato al modo in cui questa messa in scena avviene: i terribili momenti dell’eruzione sono ricostruiti in un video ben fatto, davanti al quale sono posti tre dei celebri calchi delle vittime della catastrofe, rivelati verso la fine del video da fasci di luce. I calchi sono sempre più spesso oggetto di spettacolarizzazione: questo è da un lato comprensibile, vista la loro straordinaria drammaticità, e tuttavia non si può trascurare il fatto che abbiamo a che fare, se non proprio con resti umani, con umbrae di vere vite e morti realmente avvenute che meritano pietas ancor prima che sbalordimento. Forse si poteva evitare di esporli alla pubblica curiosità in questa occasione, in cui la loro presenza, in relazione al tema della mostra, appare del tutto superflua. Così come poco pertinente (cosa c’entra con Pompei?) sembra la scelta di segnalare all’esterno la presenza della mostra ‘tamponando’ alcune arcate con teloni su cui sono impresse fotografie di statue antiche, a suggerire l’originario allestimento dell’esterno del Colosseo (sul quale peraltro non abbiamo certezze).

